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Nella casa dell’uomo/donna.

Per quanto riguarda l’arte contemporanea, dalle avanguardie ad oggi, dalla nascita della fotografia al venir meno dell’esigenza mimetica, il ciclo dell’empatia linguaggio-esperienza-memoria non è più fluido: il segnale non è più prestabilito ed il codice non è più prestabilito: la comunicazione diviene mistero, ermetica.
Mi propongo, auspico, non tanto la costruzione dell’opera d’arte ma l’indagine, la raccolta delle reazioni-interpretazioni che suscita e in cui prosegue.

Tutto il lavoro delle avanguardie, che ho sentito con passione e che non mi sogno neppure di mettere in discussione, è finito. Non si può più condividere l’arte ai margini della società, irraggiungibile. Sento il bisogno e il desiderio di un agire artistico che si appropri della comunicazione di massa, per quanto ciò possa essere rischioso e sofferto e frustrante. Un’arte che ritorni verso l’uomo/donna, empaticamente, e non se ne discosti più.

Sono fermamente convinta che vi è un percorso “nelle istituzioni” che è libero dal diffuso bisogno di contestare e radere al suolo per poi ricostruire. Vorrei prendere le consegne dalla memoria per rivolgermi amorosamente all’uomo/donna, nella casa dell’uomo/donna. Il fascino della devianza del mezzo dai canali della comunità e la sperimentazione fantastica e selvaggia, l’autoespressione, è solo una fase necessaria di presa di coscienza dalla quale bisogna prendere congedo.

(1994)

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