perle bianche

Chi sono

Sei dita per mano.

Voci, come un tempo, quando ancora si tramandavano le storie e raccontavano, per insegnare la forza della vita.

Prologo.

Volendo dire
in poche righe
chi sono
ho messo in moto
un processo.

Verso dove,
non so.

In casa e dalle origini della tradizione patriarcale delle mie radici, fin dove la memoria mi spinge, ho sempre visto le donne consumarsi a stirare, lavare, allevare figli, curare gli anziani, pulire, sgobbare e faticare. La divisione dei ruoli e dei compiti è sempre stata la stessa e, fin da piccola, ho dovuto stirare, lavare, pulire, cucinare, rifare i letti e curare i miei fratelli. Gli uomini, intanto, si occupavano di cose molto più interessanti.

Nelle occasioni di rito, comunione e compleanni, i parenti mi hanno regalato lenzuola, coperte, strofinacci e tutto il corredo. Niente giocattoli. Niente piccolo chimico. Niente scarpe da tennis. Ho fatto la mia prima ed ultima gara di corsa con la gonna, e sono caduta subito.

Mio padre e mia madre sono stati propositivi. Ho avuto due biciclette, i pattini, una macchina fotografica, un motorino, un corso di danza classica, un corso d’inglese e una pianola elettrica, scelta da me. E tanti libri, che potevo leggere ma, con moderazione. Per usare tutte quelle cose dovevo però vincere il loro scetticismo: non si aspettavano da me uno sviluppo reale.

Primogenita di una coppia emigrata ma non inserita, ero sorvegliatissima. Potevo giocare in cortile solo poche ore e sempre a portata dello sguardo di mia madre che, all’inizio, scendeva in cortile anche lei e ricamava, seduta in garage, mentre io continuavo a girare in tondo, in bicicletta.

Indice

Prologo.

In casa e dalle origini della tradizione patriarcale delle mie radici, fin dove la memoria mi spinge, ho sempre visto le donne consumarsi…

1. Anni di Piombo.

Tutte le mattine mio padre mi portava la cartella fino al passaggio a livello, dava un bacio a mia madre e prendeva il treno…

1. Anni di Piombo.

la madre
distende
il pugno
nella mano
grinzosa
muta pelle
si copre
di sorriso

Tutte le mattine mio padre mi portava la cartella fino al passaggio a livello, dava un bacio a mia madre e prendeva il treno. Da casa alla stazione, in silenzio tra loro, li ascoltavo discutere in dialetto.
Ricordo una morsa di gelo costante. Dietro le tende di giorno, sotto le coperte di notte, una paura persistente permeava ogni cosa. Gocciolava dai muri delle fabbriche di periferia, dalle panchine in piazza, tra i banchi di scuola. Uno sgomento palpabile, come la nebbia lattiginosa delle mattine d’inverno, pesava sulle nostre vite, in sospensione.

Crescevo, con circospezione e in punta di piedi, tra manifestazioni, lutti nazionali, stragi e P38.
Il televisore in bianco e nero sempre accesso, telegiornali, ultime notizie e servizi speciali. Mio padre in poltrona e mia madre, con lo strofinaccio in mano, tra la sala e la cucina. Sullo sfondo una bambina, che non decifrava la morte che, una vita dopo l’altra, scorreva sullo schermo, cruda.

(continuerà)